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Intervista a Gunter Euringer!
Signore e signore, sono giorni concitati. Le notizie si susseguono una dopo l'altra e facciamo fatica a far fronte a tutti gli aggiornamenti, ma stoicamente ci proviamo. Le interviste si accumulano, i giornali ci richiedono e ormai siamo delle celebrità. Pensate che l'altro giorno un passante mi ha fermato per strada e mi ha chiesto dove fosse la stazione!
Ma veniamo all'argomento di oggi. Come promessovi, molte sorprese si celano su quell'albero della cuccagna che risponde al nome di Gunter Euringer, che, in quest'intervista rilasciata a SZ magazin (http://www.sueddeutsche.de/,tt4m2/kultur/artikel/623/61562/ , la versione originale), rivela tutti ma proprio tutti i retroscena della sua storia. Le ragioni della sua scelta di rimanere anonimo, la difficile vita di un uomo da un così ingombrante segreto, il rapporto con la sua immagine che lo accomuna a Dorian Gray, l'inquietante ruolo delle orecchie e le perplessità di fronte alle recenti scelte di marketing della Ferrero sono i temi dell'articolo, amabilmente tradotto per noi da BodyKnight. Occhio a quando Gunter parla di nientepopodimeno che Thomas Ohrner, nostra vecchia conoscenza! A scanso di equivoci: l'intervista è vera! Leggetela tutta, è davvero interessante!
Il bambino del cioccolato.

[da un'intervista di Dominik Wichmann per SZ Magazine del 29/09/2005]
«Molti pensano che io sia ricco sfondato» -a dirlo è Günter Euringer, il Bambino della Kinder, una delle facce più note nella Repubblica Federale. Dopo 30 anni di anonimato ha deciso per la prima volta di rivelare il suo segreto al grande pubblico.
SZ: Durante trenta e passa anni, ti sei nascosto al pubblico. Perchè solo ora hai deciso di rivelarti?
GE: Perchè finalmente riesco a sentire una certa distanza tra me e il bambino del cioccolato. Ho maturato un distacco che mi rende possibile di parlare della mia vita anche con gli estranei, e che mi ha concesso di scrivere un'autobiografia.
SZ: Ti servivano soldi?
GE: No. Ma quella che mi fai è una domanda tipica.
SZ: Perchè?
GE: In passato, quando confessavo di essere il Bambino della Kinder, mi chiedevano sempre la stessa cosa: quanti soldi avessi preso per la fotografia. Molti davvero credono che io sia ricco sfondato. E dando per scontato che io abbia fatto i milioni, pensano sinceramente che abbia scritto un libro solo per avidità.
SZ: Moltissimi giornalisti hanno provato, per tutti questi anni, a dare un'identità a quello che è probabilmente il più famoso volto di bambino del pianeta. Su Internet esistono numerosi forum che non fanno altro che parlare di questa faccenda. Perchè non hai mai detto nulla? Che so, un "Sì, salve, sono proprio io!"?
GE: Crescendo mi sono abituato alla modestia. Non c'è un perchè più profondo, i miei genitori mi educarono così, e non ho mai pensato che non fosse una cosa giusta. A poche persone ho rivelato la mia identità. I miei amici più cari qualche volta scherzavano con me affibbiandomi dei nomignoli che ricordavano il mio passato da bambino del cioccolato. Non mi sono mai piaciuti, ogni volta facevano rispuntare il sospetto sulla mia carriera da testimonial.
SZ: Ancora oggi circolano sui media delle teorie stravaganti.
GE: Per esempio?
SZ: Sono sfociate nella calunnia, parlano di un passato di droga e alcol.
GE: Sono stupidaggini. I miei amici me ne hanno raccontate tante. Come tutte quelle storie di gente che dichiarava di essere davvero lui stesso il Bambino della Kinder. Guarda caso, proprio di recente, due miei amici mi hanno raccontato di un tizio, che, in un bar di Colonia, aveva loro confidato di essere lui il bambino stampato sulle confezioni di cioccolato, e aveva descritto per filo e per segno quanto fosse ricca e meravigliosa la vita che poteva condurre. Ma ancora più incredibile mi pare il fatto che ci sia gente che deve addirittura difendersi dalla fama che gli altri gli hanno costruito attorno, sostenendo d'aver trovato l'identità di questo benedetto bambino.
SZ: A chi si riferisce?
GE: All'attore e showman Thomas Ohrner. Lui ha sempre smentito, negando più e più volte; ma non gli è servito a niente. Ha dovuto perfino intervenire pubblicamente al Johannes B. Kerner-Show, dove ha dichiarato, con una certa irritazione, che un certo ufficio delle imposte l'ha inquisito per il sospetto di non aver pagato le tasse dovute per i presunti profitti ottenuti con la faccenda del cioccolato... Come risultato Johannes B. Kerner ha fatto un appello in diretta, chiedendo allo sconosciuto Bambino della Kinder di rivelarsi; questo evento mi ha fatto riflettere. «Cerchiamo il bambino del cioccolato, perchè, ora lo sappiamo davvero, non si tratta di Thomas Ohrner» - ha detto Kerner. Proprio in questa circostanza, per la prima volta, m'è venuto da pensare che questo gioco a nascondino con il grande pubblico potesse essere una stupidaggine. Poi, qualche mese dopo, mi sono deciso a sedermi alla scrivania e ho iniziato a scrivere la mia storia.
Thomas Ohrner
SZ: Com'è iniziata tutta la faccenda?
GE: A Monaco, come una ragazzata. Poi nel sobborgo di Unterhaching. A quel tempo gli amici dei miei genitori dicevano che ero un bel bambino: ciglia lunghe, occhi blu, viso da bambolotto. Certo, era imbarazzante per me sentirmi dire queste cose, avrei voluto prendere le forbici e tagliarmi le ciglia! Non volevo avere un viso da bambolotto, lo odiavo. E' forse anche per questo che in seguito, a quel viso, ho negato la celebrità.
SZ: Come ha fatto una "ragazzata" a trasformarsi in una cosa così grande?
GE: Mia madre lavorava per un'agenzia pubblicitaria. Un giorno le fu chiesto di quel bel bambino che era suo figlio. Alla fine ci ritrovammo tutti e due in un atelier del Münchner Prinzregentenplatz. Qualche mese più tardi mi fu chiesto di ritornare in quello studio fotografico. Mi misi addosso un'improbabile camicia a strisce blue e rosa e partii per la città assieme a mia madre. Qualcuno ci disse che si trattava di un servizio ordinato da un importantissimo cliente chiamato Ferrero. Ovviamente allora non avevo la minima idea di che cosa significasse tutto questo; d'altronde quella faccenda mi irritava, mi costava un sacco di tempo e di pazienza e, mentre sorridevo nella macchina fotografica, mi vennero in mente i più riprovevoli insulti e maledizioni che avrei potuto tirare dietro al fotografo. Ancora ricordo questa storia ogni volta che mi vedo sorridere sulle confezioni di cioccolato.
SZ: E poi?
GE: Poi basta, da quel momento in poi non accadde più nulla. ogni volta che accompagnavo mia madre a fare la spesa andavo a controllare sugli scaffali se era cambiato qualche cosa sulle confezioni di cioccolato. Per mesi, comunque, sulle scatole rimase il volto di un bambino con i capelli neri e una specie di smorfia stampata sulla faccia. Una volta, però, mia zia ci telefonò a casa dicendo che finalmente aveva visto la mia faccia al supermercato. Fu un gran colpo! Con orgoglio andai a riferire ai miei compagni di scuola della mia nuova fama. Ma tutta questa eccitazione non durò a lungo; imparai ad abituarmi a questo ruolo, e a partecipare a conversazioni che finivano inesorabilmente per parare sempre sullo stesso argomento.
SZ: Durante 32 anni di "servizio" la tua foto è cambiata molto, non è vero?
GE: Semplificando il discorso si può dire che esistano due ritratti. La prima versione della confezioni aveva uno sfondo dorato che strideva veramente troppo con la mia camicia rosa e blu. Poi, verso la metà degli anni settanta cambiarono lo sfondo. Non solo, la mia mano destra fu mezza tagliata dall'immagine. La camicia rimase per qualche anno. Comunque, nell'Europa meridionale, la Kinder ha usato fin da subito un'altra mia foto, con i capelli più lunghi e leggermente cotonati ma dall’aspetto più sbarazzino. Poi, negli anni Ottanta mi montarono addosso una camicia a strisce arancioni. Ma a parte questi cambiamenti, tutto è rimasto inalterato, fino ad ora.

SZ: Avevi davvero i denti così bianchi come si vede sulle confezioni?
GE: No di certo. Il mio ritratto è stato ritoccato di anno in anno. Ogni volta che guardavo la mia foto su una confezione di cioccolato mi divertivo a scoprire che cosa avevano cambiato.
SZ: Per esempio?
GE: La palpebra destra non è più abbassata come all'inizio, l’incisivo superiore sinistro è più dritto di come lo avevo, e i soliti denti, che nel tempo sono diventati più bianchi. Mi hanno tagliato i capelli al computer e ricolorato le labbra. Ma comunque, riesco ancora a riconoscermi alla perfezione. Sono solo le orecchie che non mi appartengono.
Le orecchie misteriose
SZ: Le orecchie?
GE: Sì, a quel tempo i capelli erano così lunghi da coprire completamente le orecchie. Ora, invece, sulle raffigurazioni ho i capelli così corti che si riesce a vedere un orecchio sulla destra e uno sulla sinistra. Non possono ovviamente essere i miei quegli orecchi, perché non me li fotografarono mai. Quindi devono essere di qualcun'altro.
SZ: Ci sono mai state tensioni con il cliente?
GE: Con la Ferrero non ci sono stati contatti. Eccetto uno solo nel 1978. Un avvocato della Ferrero si presentò dai miei genitori per richiedere la concessione affinché la compagnia potesse usare la mia faccia anche sulle confezioni del nuovo mercato americano. L'abbiamo concesso senza problemi. Alla fine mi ritrovai con il viso stampato sulle confezioni nei supermercati di Francia, Spagna, Italia, e di più di una dozzina di altri paesi.
SZ: In Svizzera ti hanno sostituito con un altro volto poche settimane fa, dopo più di 30 anni. E' stato uno Shock?
GE: Sì, ma ora devo farci i conti. La Ferrero, probabilmente, ha sempre voluto avere un volto anonimo e senza storia sulle sue confezioni di cioccolato. Devono aver avuto sentore che stavo per rivelarmi al pubblico e mi hanno sostituito con un altro bambino. Peccato.
SZ: Pensi che per davvero possa accadere che un mito universale della cultura popolare possa sparire anche in Germania?
GE: Ancora ci spero che non si possa arrivare fino a questo punto. Comunque sia andata il ragazzo del cioccolato è finito per diventare parte della mia vita. Prima, nell'adolescenza, non avrei mai potuto ammettere che fosse davvero così, vivevo la mia vita oziosamente, nella tranquillità del mio quartiere, suonando la batteria; a quel tempo ero addirittura convinto d'aver vissuto una brutta esperienza nel posare per quella fotografia. Molte volte mi sono trovato a mentire e negare, per la sola ragione di difendere il mio segreto. Attorno a me spettegolavano, certamente; sono quasi stato umiliato dalla mia fama. Il cioccolato finì per diventare estraneo alla mia vita; non ne mangiavo e non ne ho mai ricavato nulla.
SZ: Quand'è cambiato questo atteggiamento?
GE: Da non molto tempo. Due anni fa, poco dopo il mio quarantesimo compleanno. Ero in Italia per lavoro. Per caso, in un supermercato, notai che la mia faccia era sparita dalle confezioni italiane di cioccolato e, al suo posto, stavano un bambino ed una bambina che ridevano. Ero confuso. Solo quando capii che quel cambiamento era temporaneo e riguardava una campagna limitata a quattro sole settimane estive, mi calmai. Allora per la prima volta, divenni cosciente di come quell'immagine sulle confezioni di cioccolato era diventata parte di me. Per qualche tempo mi sentii come se qualcuno avesse cancellato per sempre parte del mio passato.
SZ: Sembra proprio che ora questa sensazione sia destinata a ritornare.
GE: Lo so. Ma ho avuto mesi per prepararmi mentalmente al suo arrivo. Se davvero quel volto deve sparire dalle confezioni dopo più di trent'anni, voglio dirgli addio con serenità. E in questo che mi sto impegnando.
SZ: Un'ultima domanda. E i soldi?
GE: Sì; certamente. Quanto pensi che abbia preso?
SZ: Quello che è il prezzo di mercato. Molto, credo; perfino io sono pagato in base al numero di copie vendute. Giusto?
GE: Giustissimo.
SZ: Allora, quanto ti hanno pagato?
GE: Ho preso 300 Marchi. 300 Marchi per tutto quanto il pianeta.
Capite? Solo 300 marchi! "Che sfigato!", direte voi. "Sì sì! Proprio uno sfigato!", confermiamo noi.
KEEP ON FIGHTIN'

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